La finanza "terza" e "Nuova" nella prospettiva riformatrice

di Antonio Pezzano e Massimiliano Ratti

 

La legge 19 ottobre 2017 n. 155 è in dirittura di arrivo: il favor per il concordato in continuità, quale ganglio dei principi delega delineati negli artt. 2 e 6, rischia di evaporare senza un coordinato intervento attuativo sui temi della qualificazione della domanda di concordato e dell’allocazione della finanza "nuova" generata, in esubero sull’‘assicurato’, con la prosecuzione dell’attività di impresa. Gli Autori, partendo nel loro ragionamento deduttivo dall’attuale contesto normativo e prendendo spunto dalle più significative pronunce, sia di merito che di legittimità, giungono alla conclusione della libera allocazione delle risorse extra fabbisogno che vengono generate successivamente all’omologa del concordato.

SOMMARIO

1. Introduzione. 2. La qualificazione del concordato. 3. Il Surplus, la "nuova" finanza e le risorse esterne nel concordato in continuità. 3.1. L’impianto legislativo 4. Conclusioni.

 

  1. Introduzione
  2. L’approssimarsi dell’emanazione dei decreti attuativi della legge delega 19 ottobre 2017 n. 155 offre lo spunto per affrontare in una visione prismatica e, per taluni aspetti, futuristica l’annoso dilemma dell’allocazione del quid pluris che scaturisce a seguito dell’omologazione d’un concordato fondato sulla prosecuzione, sia diretta che indiretta, dell’attività di impresa, in ragione dell’appeal legislativo ad esso riservato e rinnovato.

    Ci soffermeremo, così, all’ipotesi disciplinata dall’art. 186-bis l.fall., in ragione della sua eccezionale propulsione nell’accesso al concordato, riconosciuta dall’art. 160, comma 4, l.fall., anche se lo spunto del presente contributo viene offerto proprio dalla imminente modifica di quest’ultima norma, derivante dalla lettera a) dell’art. 6 della legge delega 155/2017, laddove, nel (solo) concordato liquidatorio, l’assicurazione di pagamento d’una percentuale non inferiore al venti per cento viene correlativamente gravata dell’apporto di risorse esterne.

    L’ulteriore sbarramento, ivi frapposto all’ammissione del concordato esulante dalla disciplina precettiva dell’art. 186-bis l.fall., coniugato alla priorità di trattazione invece deputata alle proposte che comportino il superamento della crisi, anche per il tramite di un diverso imprenditore, in regime di continuità aziendale, implicano una pregiudiziale divagazione di indagine sul tema della qualificazione del concordato, per poi procedere ad una dipanante riflessione sul discrimine che ammanta la "finanza esterna" e la "finanza nuova".

  3. La qualificazione del concordato
  4. Nella legge delega 155/17, infatti, in controtendenza al favor riservato al concordato in continuità, va segnalato l’irrigidimento ostativo contenuto nell’art. 6, lett. i), n. 2, nella parte in cui recepisce il concetto di "misura prevalente", che, ove non ben specificato, rischia di vanificare, in una sorta di eterogenesi dei fini, anche l’assorbimento nell’ambito di cui all’art. 186-bis l.fall. della continuità indiretta perpetrata a mezzo dell’affitto d’azienda.

    Il concordato, com’è noto, rientra nell’alveo dei negozi a formazione progressiva, permeato, comunque, da una forte componente giurisdizionale, proprio per il fatto che produce effetti anche nei riguardi di soggetti che non hanno preso parte alla formazione del consenso.

    L’accertamento dell’effettivo contenuto della proposta concordataria è questione che implica una tipica valutazione in fatto, demandata al Giudice del merito, che non può prescindere dai canoni ermeneutici fondamentali, ricavabili dagli artt. 1362 e ss. cod. civ..

    Ciò che rileva, a detti fini qualificativi, sarà così l’intenzione delle parti, il tenore letterale delle locuzioni utilizzate, il profilo teleologico, i principi di conservazione ex art. 1367 cod. civ. e soprattutto la causa e la funzione dell’accordo.

    Sulla base di dette premesse, è agevole postulare che il concordato che prevede la continuità aziendale, sia diretta che indiretta, rientrando nell’ambito della regolamentazione specificamente prevista dall’art. 186-bis, è sottratto dall’obbligo del rispetto del limite di soglia di accesso di cui all’art. 160 l.fall., non solo per l’espressa deroga normativa, ma anche per il fatto che il debitore concordatario ha formulato un piano ed una proposta che presuppongono, in termini "funzionali", il mantenimento dell’impresa in esercizio.

    Siffatta lineare qualificazione si scontra con il principio della prevalenza "quantitativa", già invalso in talune pronunce di merito e fondato sull’empirica comparazione "numerica" tra il prodotto della continuità e quello delle cessioni.

    In un contratto ove vengono combinate diverse situazioni giuridiche, tuttavia, il criterio della prevalenza o dell’assorbimento impone di individuare l’interesse perseguito dalle parti e l’elemento che, sotto il profilo funzionale, prevale nel complesso assetto negoziale.

    Con l’introduzione dell’imperativo dettame dell’art. 163-bis l.fall. e la modifica dell’art. 182 comma 5 l.fall., infatti, ogni concordato con continuità diretta che prevede cessioni di attività non funzionali o con continuità indiretta (anche perpetrato a mezzo di affitto, cessione o conferimento d’azienda e successiva cessione della partecipazione), alla stregua, in ambo i casi, di quanto espressamente previsto dall’art. 186-bis comma 1 l.fall., è caratterizzato da una immanente e imprescindibile componente "liquidatoria", tipica di ogni processo traslativo.

    Ma ciò non deve indurre in un paralogismo, fondato sulla fallace inferenza che, laddove il piano prevede una cessione di azienda in esercizio o di beni no core, la componente liquidatoria sopravanza il dettato normativo di cui all’art. 186-bis l.fall. per il solo fatto che la quantificazione del ricavato di detto atto traslativo sia superiore alle risorse generate dalla prosecuzione.

    Infatti, "per concordato in continuità aziendale deve intendersi il concordato strutturato sopra un piano aziendale che prevede, in qualsivoglia prospettiva, la prosecuzione dell’attività di impresa e quindi l’assunzione del relativo rischio.

    Ciò che rileva è l’esercizio dell’attività di impresa ed il suo mantenimento (sia oggettivo che soggettivo) in vita, per espressa volontà del debitore e delle parti coinvolte nella risoluzione della crisi, tanto che i creditori sono chiamati ad esprimersi sull’attestazione resa ai sensi dell’art. 186-bis, comma 2, lett. b) l.fall., secondo cui il loro soddisfacimento trae beneficio da detta continuità e non dalle cessioni di singoli o più cespiti: in tali casi il segmento liquidatorio (così come ogni atto traslativo) è da reputarsi meramente ancillare alla prosecuzione dell’attività core.

    Nel concordato con prosecuzione dell’attività di impresa, la competizione, inevitabilmente prevista per la vendita dei "beni non funzionali all’esercizio dell’impresa" , non destituisce la funzione che essa riveste di "strumento di acquisizione di risorse"; così come del resto già avviene per tutti gli altri processi traslativi, tipici dell’ordinaria gestione, che, pur non soggiacendo all’imperativo dettame dell’art. 163-bis l.fall., rientrano nell’ambito della continuità e del perseguimento dell’oggetto sociale.

    Speculari considerazioni valgono anche nell’ipotesi di continuità indiretta, a mezzo della cessione e/o conferimento dell’azienda in esercizio, figure anch’esse espressamente previste dall’art. 186-bis comma 1 l.fall..

    Il passaggio di consegne dell’attività di impresa ad un differente soggetto imprenditore avviene in un evolutivo contesto aziendale, ove la prosecuzione non subisce alcuna oggettiva contrazione in termini di continuità, permanendo un rischio di impresa su cui i creditori sono chiamati ad esprimersi.

    Anche in tali casi, quindi, il principio della prevalenza che si fondi sul mero ricavato economico del realizzo dell’atto dispositivo deve cedere il passo al superiore interesse perseguito e, più nello specifico, alla causa del concordato, perfettamente saldata allo speciale statuto previsto dall’art. 186-bis comma 1 l.fall..

    Le modalità ed i tempi di adempimento della proposta sono il risultato dello sviluppo d’un piano che prevede la prosecuzione dell’attività di impresa (con analitica indicazione di costi e ricavi), funzionalmente deputata ad un "miglior" soddisfacimento dei creditori, che viene a determinarsi in virtù d’un "miglior" realizzo dell’azienda (perché ancora) in esercizio.

    Sgomberato, auspicabilmente, il campo da potenziali detonatori che rischiano di far implodere il sistema, passiamo a trattare il tema centrale del presente contributo.

  5. il surplus, la "nuova" finanza e le risorse esterne nel concordato in continuità

La distinzione che intercorre tra "nuova finanza" e "risorse esterne" (troppo spesso negletta anche se, ad onor del vero, più apparente che reale) riveste particolare rilevanza, ove solo si consideri che, come sovente accade, le proposte di concordato, siano esse sorrette su piani liquidatori che in continuità ai sensi dell’art. 186-bis l.fall., prevedono la falcidia dei crediti prelatizi: ciò avviene sulla scorta degli estimi risultanti dalla relazione redatta ai sensi dell’art. 160 comma 2 l.fall., che dovrebbe costituire il parametro di raffronto per appurare l’alternativa effettività del "miglior soddisfacimento dei creditori".

Si pone, quindi, il problema di reperire le risorse per soddisfare i creditori chirografari, anche divenuti tali in ragione della prognostica incapienza, per beneficiarli, appunto, di un’offerta superiore all’aspettativa di riparto, "fotografata" alla data della formazione del concorso.

Alla base del ragionamento sillogistico che andremo a sviluppare verrà collocato l’unico arresto nomofilattico che, occupandosi della questione, ha affermato che "il terzo finanziatore può intervenire con mezzi propri a pagare i debiti del fallito senza dover sottostare alle regole del concorso. Ma ciò è vero alla condizione che l'intervento non comporti alcuna variazione dello stato patrimoniale del debitore, né all'attivo - giacché in tal caso i creditori non potrebbero essere privati dei diritti che in base alla legge essi vantano sul patrimonio del debitore - e neppure al passivo, con la creazione di poste passive per il rimborso del finanziamento, sia pure postergato e con esclusione del voto" (omissis).

Ai fini dell'ammissibilità della proposta di concordato preventivo, la L. Fall., art. 160, comma 2, nel testo sostituito dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 2 comma 1, lett. d), convertito dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, deve essere interpretato nel senso che l'apporto del terzo si sottrae al divieto di alterazione della graduazione dei crediti privilegiati solo allorché risulti neutrale rispetto allo stato patrimoniale della società, non comportando né un incremento dell'attivo patrimoniale della società debitrice, sul quale i crediti privilegiati dovrebbero in ogni caso essere collocati secondo il loro grado, né un aggravio del passivo della medesima, con il riconoscimento di ragioni di credito a favore del terzo, indipendentemente dalla circostanza che tale credito sia stato postergato o no .

Le suddette asserzioni, relative ad una fattispecie persino anteriore agli innesti dell’art. 33 comma 1, lett. f) del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, sono meritevoli d’una rivisitazione contestualizzata all’attuale e prossimo impianto normativo e sistematico: sul piano legislativo, infatti, esse impattano, sino a dover giocoforza arretrare, di fronte, oltreché al novellato art. 163 comma 5 l.fall., alle statuizioni di cui agli artt. 182-quinquies comma 5 e 186-bis comma 2 lett. b) l.fall. da un lato, e agli imperativi dettami di cui agli artt. 45, 55 e 160 comma 2 l.fall. in correlazione con gli artt. 181, 182-sexies e 184 l.fall., dall’altro.

Il surplus concordatario può rivestire natura e origine:

  1. esogena, allorché esso avvenga nella forma di un effettivo apporto estraneo che, subordinatamente all’omologa, transita definitivamente nel patrimonio del debitore concordatario, anche attraverso la rinuncia ad un rimborso per un finanziamento erogato in funzione od in esecuzione del concordato;
  2. endogena "dinamica", tipica del concordato in continuità e la cui genesi è da ricondurre nella prosecuzione dell’attività di impresa, necessariamente attestata come funzionale al miglior soddisfacimento del ceto creditorio;
  3. endogena "latente", prettamente nei concordati liquidatori, quando la plusvalenza viene a derivare dal mero miglior realizzo d’un attivo che, in prognosi ex art. 160 comma 2 l.fall., presentava una valorizzazione inferiore rispetto a quella effettivamente ricavata.

Partiamo da quest’ultima ipotesi, che si differenzia dalle prime due, in quanto il quid trova la sua "piena" ragion d’essere nel patrimonio del debitore concordatario e ad esso è perfettamente consustanziale, formandosi per effetto d’un processo inerziale (qual è la dismissione), ancorato al valore statico del bene staggito, al pari di quanto avviene nell’ambito di qualsivoglia procedimento espropriativo: pertanto, salvo che non sia integrata ed offerta da parte del debitore concordatario una garanzia (e non solo un’assicurazione) specifica di pagamento nei limiti circoscritti nella relazione ex art. 160 comma 2 l.fall., il surplus concretamente ricavato, dopo la rimodulazione del debito conseguente all’omologa, deve essere comunque distribuito alla stregua dei principi di cui agli artt. 2740 e 2741 cod. civ..

Se non è revocabile in dubbio che, anche nelle prime delle due casistiche, il patrimonio del debitore costituisce l’abbrivio del processo incrementativo, è altrettanto indubitabile che, in queste, senza il concorso di altri fattori (apporto esterno e/o virtuosa prosecuzione dell’attività), il valore di quel patrimonio rimane confinato nell’estimo della relazione ex art. 160 comma 2 l.fall., su cui concorre l’aspettativa di riparto dei creditori concorsuali.

Ed è pertanto a detti fattori che deve essere, causalmente quanto temporalmente, ricondotta la genesi del surplus, che si riproduce, grazie alla loro interazione con elementi endogeni, in un contesto, quindi, dinamico che, lo svincola dalla rigida procedimentalizzazione del concorso su un patrimonio ristrutturato, oramai con soluzione di continuità, rispetto a quello della primigenia patologia: così, per effetto dell’esdebitazione ex art. 184, comma 1, l.fall. nonché delle guarentigie "cautelari" di cui all’art. 182-sexies l.fall., il "nuovo" plesso patrimoniale rimane, per una parte, a disposizione dei novati e ridotti crediti anteriori, mentre, per l’altra, istituisce quel quid pluris che vale ad affrancare, successivamente alla chiusura del concordato (e, quindi, alla fuoriuscita della parentesi "espropriativa" ), la sua libera allocazione.

    1. L’impianto legislativo

L’attuale sedime normativo consente, così, di affermare che rientra nell’ambito della finanza terza sia quella di provenienza esogena, anche se transita nel patrimonio del debitore concordatario, che quella derivante dalla prosecuzione dell’attività di impresa e acquisita, in qualsiasi forma, a procedimento concordatario "chiuso" ai sensi dell’art. 181 l.fall..

L’unica norma che, in tutto il corpo della normativa fallimentare, disciplina i distinti (esclusivamente sotto il solo profilo semantico lessicale) concetti di risorsa esterna e finanza generata con la prosecuzione dell’attività di impresa, è l’art. 182-quinquies, comma 5, l.fall..

Detta norma, oltre a succedere temporalmente al sopra richiamato arresto della Suprema Corte ed a sancire principi ad esso contrari, disciplina, tra l’altro, il pagamento dei creditori "strategici", senza specificare la loro posizione giuridica e senza preoccuparsi di verificare se detto pagamento possa condurre ad una alterazione della par condicio.

Come noto, infatti, grazie a tale disposizione viene ammesso ante omologa (ed anche durante la fase del concordato con riserva) il pagamento integrale d’un creditore concorsuale (anche chirografario) al verificarsi di una delle due alternative condizioni: che ciò avvenga con finanza apportata da un terzo oppure con finanza endogena, purché, in detta ultima ipotesi, il pagamento sia essenziale per l’attività d’impresa nonché funzionale al miglior soddisfacimento di tutti gli altri creditori.

Le risorse estranee ed i flussi di cassa generati nel corso della prosecuzione della continuità (giocoforza "attestata" come funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori) vengono così perfettamente assimilate, sia in termini di effetti che di allocazione.

Non è un caso che l’attestazione di cui all’art. 182-quinquies comma 5 l.fall., sia assolutamente speculare a quella prevista nell’art. 186-bis comma 2 lett. b) l.fall..

A differenza ancora del suddetto arresto nomofilattico ed in linea, invece, con quanto successivamente introdotto con l’art. 163 comma 5, ultimo capoverso, l.fall., la norma si premura altresì di precisare che l’apporto del terzo può confluire nel patrimonio del debitore, senza che ciò ne comporti la rigorosa soggezione al rispetto della graduazione: non solo, viene definitivamente superato anche il concetto di "neutralità patrimoniale" dell’apporto del terzo, riconoscendo che esso possa essere anche soggetto a restituzione con obbligo di postergazione alla soddisfazione dei creditori.

Siamo, quindi, al cospetto d’una specifica norma, alla stregua del cui tenore viene legittimata l’alterazione (quantomeno temporale) della graduazione, allorché vi sia l’apporto di risorse esterne da parte d’un terzo, senza obbligo di restituzione (financo con la postergazione) o, alternativamente, quando detto pagamento, oltre ad essere essenziale per l’attività d’impresa, "è funzionale ad assicurare la miglior soddisfazione dei creditori".

Ma come abbiamo avuto modo di appurare, l’attestazione ex art. 186-bis, comma 2 lett. b) l.fall. rilasciata dal professionista ex art. 161 l.fall. (lo si ribadisce, identica a quella ex art. 182-quinquies, comma 5 l.fall.), vale a testimoniare che la prosecuzione dell’attività di impresa è (effettivamente) funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori : ragion per cui, ciò che essa genera in "plus", a concordato omologato, può essere destinato anche ai creditori incapienti ex art. 160, comma 2 l.fall., senza incorrere in alcuna ipotesi di violazione dell’art. 2741 cod. civ., attesa, come detto, la sostanziale equiparazione normativa tra le risorse esterne e quelle prodotte dalla continuità (laddove risulti, appunto, attestato, ex art. 186-bis comma 2 lett. b l.fall., che arrecano benefici al ceto creditorio).

In altri termini il pagamento di quei creditori incapienti è reso possibile solo dai virtuosi risultati di gestione dell’azienda in continuità: tali fonti costituiscono quel "quid pluris", ai fini dell’applicazione dei principi sopra evidenziati, poiché sono estranee al patrimonio segregato ed escutibile della società concordataria ed è evidente che i privilegi hanno ad oggetto solo quel determinato iniziale patrimonio, senza possibilità di estensione ad un risultato di un’attività economica che viene conseguito attraverso un cumulo di fattori esterni che esulano dalla sfera concordataria, sia in termini procedimentali che sostanziali.

Pertanto anche per le nuove risorse germinate con la prosecuzione dell’attività d’impresa, così come le risorse esogene, si pone un’opzione di carattere allocativo, posto che il quid (acquisito da un assuntore o rimasto nella disponibilità del debitore successivamente all’omologa) non deve rimanere saldato al principio dell’absolute priority rule, potendo essere trattenuto per implementare l’attività aziendale e distribuito tra i crediti incapienti, con l’unico limite che oggi incontra nell’art. 182-ter comma 1 l.fall., ove, anche in presenza di apporti esterni, il trattamento per l’erario non può essere inferiore a quello riservato ai creditori ad esso postergati.

Un’altra chiave di lettura che conduce, comunque, ad affermare la libertà allocativa della finanza "nuova" che si crea con la continuità di impresa si ricava anche dagli artt. 45 e 55 l.fall., per come richiamati dall’art. 169 l.fall. e 168 comma 1 l.fall., letti in combinato disposto con gli artt. 181 , (occorrendo) 182-sexies e 184 l.fall..

Il divieto di alterazione è sancito dall’art. 160, comma 2, ultimo inciso, l.fall., in riferimento a quel determinato patrimonio esistente al momento della presentazione della domanda di concordato, per come cristallizzato e poi perimetrato sino alla definitività dell’omologa, ai sensi, appunto, degli artt. 45, 55 e 168 comma 1 l.fall. ed a quelle situazioni la cui soddisfazione deriva dall’attivazione della responsabilità patrimoniale del debitore, ex art. 2740 e 2741 comma 1, ultimo inciso, cod. civ..

In punto di legittimità, il rispetto della graduazione deve così avvenire nell’ambito di detto circoscritto contesto, ove viene simulata una previsione di aspettativa di riparto dal realizzo fallimentare per i creditori concorsuali: a cascata, sul piano della convenienza ed in ossequio al principio del best interest of creditor test, ogni creditore deve percepire dal concordato quanto meno ciò che gli riserverebbe appunto un riparto fallimentare.

Peraltro, diversamente opinando, si porrebbe anche l’invero paradossale problema di stabilire sino a che entità il surplus, comunque generato dalla continuità, possa essere liberamente fruito dal debitore senza esser destinato, invece, integralmente agli insoddisfatti chirografi.

Ciò che scaturisce, quindi, dopo l’omologa del concordato, in una situazione impermeabilizzata dagli obbligatori effetti esdebitatori di cui all’art. 184 l.fall, è disancorato dalla procedura (come detto, chiusa ai sensi dell’art. 181 l.fall.), tanto da rilevare ai soli fini pattizi di adempimento della proposta ed esecuzione del piano.

L’omologa costituisce il diaframma tra la fase procedimentale-concorsuale ed il ritorno in bonis dell’impresa debitrice, la quale, attraverso la ristrutturazione del debito ed i benefici connessi alla falcidia delle poste debitorie, recupera un proprio nuovo equilibrio finanziario e patrimoniale ed è onerata del pagamento dei crediti, non più sulla base della loro originaria graduazione, ma secondo la loro fisiologica esigibilità: l’impresa "ristrutturata", una volta assolte le obbligazioni omologate e, per l’effetto novate ex artt. 180, 181 e 184 l.fall., non può che riprendere sul mercato il proprio corso.

Gli effetti (costitutivo, novativo ed esdebitativo) tipici dell’omologa, unitamente alla frattura che essa crea rispetto alla fase concorsuale e patrimoniale anteriore, permettono altresì di dar compiuta risposta all’obiezione concernente i frutti che derivano dal patrimonio del debitore.

L’omologa vale, infatti, ad integrare quella "separazione" che, ai sensi dell’art. 820 comma 2 cod. civ., li svincola dal suddetto patrimonio; così come del resto, la chiusura del procedimento "espropriativo" ex art. 181 l.fall., priva il creditore ipotecario del diritto di fruirne ai sensi dell’art. 2865 cod. civ.

Trattandosi, infatti, di una nuova obbligazione e non sussistendo più il regime segregativo assimilabile al pignoramento di cui agli artt. 45 e 168 comma 1 l.fall., i frutti generatisi anteriormente all’omologa restano a servizio del prelatizio generale o del creditore ipotecario, mentre, quelli successivi, alla stregua della nuova finanza, sono liberamente distribuibili da parte dell’imprenditore tornato in bonis.

  1. Conclusioni

E torniamo ora, per chiosare, all’inizio del nostro percorso deduttivo.

La cartina di tornasole del complesso ragionamento risiede oggi proprio nelle direttive dell’art. 6 della legge delega 155/2017, nella parte in cui si premura di specificare che il concordato liquidatorio, ai fini della sua ammissione, deve necessariamente prevedere l’apporto di risorse terze, senza estendere detta previsione anche ai concordati ex art. 186-bis l.fall., neppure in caso di attestata incapienza per i privilegiati.

Anzi, per questi ultimi, di contro, permane il già, di per sé, significativo, richiamo all’art. 160 comma 2 l.fall. da parte dell’art. 186-bis comma 2 lett. c) l.fall., ipostatizzando così l’implicita possibilità di presentare concordati in continuità, senza che, per i prelatizi incapienti degradati (come a quel punto per i necessariamente postergati chirografari), si debba ricorrere ad apporti esterni per la loro soddisfazione.

L’insussistenza di alcun riferimento normativo a tal riguardo è piuttosto eloquente.

Delle due l’una: o si ammette il percorso logico del presente contributo; oppure, va affermato, senza mezzi termini, che, in caso di incapienza dei prelatizi, il concordato ex art. 186-bis l.fall. è precluso senza l’apporto di risorse esterne, con la conseguenza che il concordato con un piano in continuità deve sorreggere una proposta che prevede sempre l’integrale soddisfazione dei creditori privilegiati per effetto del valore del (solo) patrimonio del debitore.

Ma quest’ultima opzione sarebbe senz’altro una manifesta distorsione sistematica, del tutto contraria ai canoni ermeneutici di cui all’art. 12 delle preleggi ed al favor riservato ai concordati in continuità, anche nell’ultima imminente riforma, che potrebbe ivi dirimersi, nei decreti attuativi, sulla scorta del principio delega di cui all’art. 2 lett. m) L. 155/17.

 

 

 

 

 

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